Olio di palma, che destino avrà?

Olio di palma è uno degli argomenti più cliccati del web. È un argomento che divide: Fa male? Fa bene? Si tratta di una coltura che sfrutta troppo l’ambiente?

Dal frutto della Elaeis guineensis si ricava un olio che a causa dell’alto contenuto in grassi saturi si trova allo stato solido o semi-solido a temperatura ambiente. Il basso costo e la facile conservabilità ne hanno fatto il “grasso ideale” dell’industria alimentare.

Per avere idea di quanto sia “calda” la discussione intorno a questo argomento il termometro èPub-Med, la più ampia banca dati esistente. Se vi inserite la parola chiave “palm oil” escono fuori2003 lavori scientifici, di cui 152 solo nell’ultimo anno (erano appena 14 nel 2010, mentre il picco si è avuto nel 2013 e nel 2014 con 182 lavori per anno).

In 19 lavori se ne documentano gli effetti benefici sulla salute legati in particolare alla presenza di tocotrienoli. Si tratta per lo più di studi in vitro in cui si verifica l’azione soppressiva dei tocotrienoli sulla proliferazione di cellule neoplastiche. Ed è proprio di quest’anno un articolo dal titolo “Palm oil and the heart: a review” (World J Cardiol. 2015 Mar 26;7(3):144-9). Gli Autori, dopo aver esaminato tutti i lavori in cui si parla di profilo lipidico plasmatico e rischio cardiovascolare, sono giunti alla conclusione che l’olio di palma sarebbe addirittura in grado di proteggere dalla formazione delle placche aterosclerotiche in virtù del suo alto potere antiossidante (vitamina A e vitamina C).

Sono ben 38 i lavori in cui si discute dei metodi produttivi, dalla coltivazione alla trasformazione. Pur volendo ammettere che non vi siano conflitti di interesse tra gli Autori dei lavori e l’industria dell’olio di palma questo alto interesse sull’argomento ci lascia pensare che si sta investendo molto su questa coltura. Senza considerare che in 15 lavori si parla di impiego dell’olio di palma in ambito zootecnico (con un po’ di sarcasmo mi viene da dire che se pure si dovesse optare per l’eliminazione dell’olio di palma dai nostri biscotti ce lo ritroveremmo in qualche modo nella carne di maiale).

Scorrendo la bibliografia si comprende che un altro utilizzo dell’olio di palma consiste nella produzione di biodiesel (16 lavori).

Molti gruppi ambientalisti cercano da tempo di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’impatto ambientale della coltivazione dell’olio di palma. Nell’ultimo anno sono stati prodotti 8 lavori scientifici in cui si affronta l’argomento della bio-sostenibilità di questa coltura. Così ad esempio Barcelos E. et alpubblicano un articolo dal titolo “Oil palm natural diversity and the potential for yield improvement” (Front Plant Sci 2015 Mar 27;6:190). Da lavori come questo si desumono importanti informazioni. Si comprende ad esempio che esiste una crescente domanda di oli vegetali a livello mondiale. Si stima che nel 2050 il fabbisogno raggiungerà i 240 milioni di tonnellate!

La palma da olio sembra rappresentare la coltura ideale per soddisfare un simile fabbisogno. Uno dei vantaggi è legato al fatto che dalla stessa coltura si ricavano due tipi di olio, quello di palma (ottenuto dalla spremitura dei frutti) e il palmisti (ottenuto dai semi), caratterizzati da un diverso profilo nella composizione degli acidi grassi. Si tratta poi di una pianta perenne che rimane in coltura per 25-30 anni e che produce i suoi frutti annualmente. L’impatto negativo sulla biodiversità dei fertilissimi terreni tropicali può essere limitato puntando sull’aumento della resa. Così mentre da una parte alcuni ricercatori cercano di dimostrare che l’olio di palma non è poi così dannoso per la nostra salute, gli agronomi puntano sulla selezione delle cultivarpiù produttive. La resa media globale di questa pianta è di 3,5 tonnellate di olio per ettaro. L’obiettivo è quello di portarla a 11-18 tonnellate. In che modo? Modificando la struttura delle piante così da ridurre le ore di lavoro per ettaro e da migliorare la meccanizzazione del raccolto. E ancora puntando sul miglioramento genetico. Nel 2013 è stato portato a termine il sequenziamento dell’intero genoma della palma da olio. Una volta individuate le basi genetiche e molecolari delle caratteristiche agronomiche più vantaggiose il gioco è fatto!

Non vi è dubbio che l’impatto ambientale sia uno dei sentiment che alimenta di più l’opinione pubblica. Non a caso già nel 2004 è stato creato l’RSPO, Roundtable of Sustainble Palm Oil. Si tratta di un sistema di certificazione cui partecipano tutti gli attori della filiera produttiva e alcune Ong tra cui il WWF. L’obiettivo di una simile istituzione è quello di promuovere la diffusione dell’olio di palma assicurando però allo stesso tempo standard etici e ambientali certificati.

Ma cerchiamo di capire qualcosa in più sull’olio di palma in quanto tale.

Il principale componente dell’olio di palma è l’acido palmitico, un acido grasso saturo a 16 atomi di carbonio, meno rappresentato invece l’acido oleico monoinsaturo. Altri componenti sono il tocotrienolo (un membro della famiglia della vitamina E), la vitamina A, la vitamina K, il magnesio, il coenzima Q10, lo squalene;

Particolarmente usato come olio alimentare nelle regioni di produzione (Africa occidentale) l’olio di palma è entrato prepotentemente nell’industria alimentare principalmente a causa del suo basso costo. Negli USA poi l’utilizzo di olio di palma è salito alle stelle dopo che la FDA (l’agenzia americana che regola farmaci e alimenti) ha imposto di mostrare la quantità di acidi grassi trans contenuti negli alimenti. Per intenderci gli acidi grassi trans sono quelli ottenuti dagli oli vegetali (per lo più oli di semi) per aggiunta di ioni idrogeno in corrispondenza dei doppi legami: in questo modo gli oli, liquidi a temperatura ambiente, divengono solidi. Un esempio a tutti noto è la margarina. Diversi studi hanno da tempo dimostrato l’estrema aterogenicità dei grassi trans e questo ha spinto la FDA ad imporre nuove regole a cui l’industria alimentare si è adeguata cercando delle alternative. Tra le alternative quella più frequentata è stata proprio l’olio di palma.

Ma veniamo a noi. Con il Regolamento della Commissione Europea 1160/2011 del 2014 vi è l’obbligo, in tutti i paesi dell’Unione Europea, di specificare in etichetta il tipo di grasso usatomentre fino a qualche tempo fa tra gli ingredienti si poteva leggere solo la generica espressione “grassi vegetali”.

Di fronte ai dubbi sulla salubrità di questo olio molti consumatori si sono stupiti di vederlo comparire praticamente ovunque, persino negli alimenti destinati alla prima infanzia. Ne è nato un tam tam mediatico di grandi proporzioni. Qualche mese fa una raccolta firme, particolarmente nutrita, chiedeva al Ministero della Salute di escludere dalle pubbliche forniture alimenti contenenti olio di palma.

Ora sappiamo che non tutti gli oli sono uguali. C’è una differenza abissale tra olio extravergine di oliva e olio di oliva. Ma anche di olio di palma non ce n’è uno solo: quello rosso è considerato più sano rispetto all’olio di palma raffinato (che appare incolore dal momento che la bollitura in pochi minuti distrugge i carotenoidi) per via delle molte sostanze antiossidanti che contiene. Così se i lavori che documentano l’effetto benefico sulla salute vengono fatti usando olio di palma ottenuto dalla prima spremitura dei frutti e poi nei nostri biscotti ci finisce l’olio di palma raffinato non è proprio la stessa cosa!

Non vi è dubbio alcuno che l’olio di palma non raffinato sia migliore dei grassi trans. Ma le lamentele dei consumatori e dei gruppi ambientalisti non sono mai vane. Dunque, se olio di palma deve essere, l’aspettativa è che sia il più sano e il più bio-sostenibile.

La scelta migliore per la nostra salute rimane sempre quella di limitare il consumo di alimenti industriali!

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